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NOVENA CLASSICA NAPOLETANA SCARICARE


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    A Napoli in questo si era stati antesignani: Molti parolieri napoletani, infatti, avevano allargato i propri orizzonti e iniziavano a verseggiare in ita- liano. De LucaColumbia, [mx? Le cortigiane passano altiere, col cappellino a sghembo, con l'occhio ardito e un leggiero sorriso di sfida sulle labbra, dimentiche de' colpi di spillo delle compagne, de' mali trattamenti di una certa legge, del puzzo di certe case, de' debiti coli' usuraia , de' dolori di ieri e del buio pesto del dimani; pas- sano, fiutando, con le narici aperte, quell'aria voluttuosa , che vortica intorno;' tutti le guardano , ed esse si lasciano guardare e godono in quella festa di luce , di colori, di vita, di oblio, è il loro quarto d' ora di trionfo; come pazze folleggiano e ridono, mentre le vesti bruciano loro addosso.

    Gli studenti per via Toledo conservano , tale e quale , la nervosità e la spigliatezza dell' Università ; le signore, con le figliuole a braccetto, cammi- nano col tuono famigliare e patronale, che hanno nel loro salotto dorato; per To- ledo esse sono come in casa loro , passeggiandovi tutti i giorni, perchè tutti i giorni vi passeggiano i giovinotti eleganti. Questa gente attraversa la via, spezza la corrente, la rimescola, passa come un'on- data, lasciando l'eco del suo fragore, seguita da un'altra ondata, da un'altra eco, e ondate e echi si succedono come nel mare.

    Certe volte, menando gli occhi, a ritta, a manca, alle cantonate, vi distraete, guardate una via serpeggiante che par nascondere un segreto ; il formicaio umano in un'altra, che sale sale, diritta diritta, a piè delle colline; una gradinata, che muore in una via faccendiera ; la collina di S. Martino, che appare in mezzo al vano delle case; uno spigolo di Certosa; un lembo della muraglia di Castel Sant'Elmo, che pare un presepe piantato su una collina di sughero; ora, dall'altro lato,' una fontana, una torre di Castelnuovo, delle antenne, il mare, un grande azzurro', le cime del Vesuvio e la sua colonna di fumo.

    E incominciate a riflettere, a fan- tasticare, ma non durate a lungo ne' vostri sogni per un urtone brusco di un ope- raio, che corre con una scala per appiccicare de' manifesti alle mura, e per le voci di una schiera di guaglioni, che con un fascio di giornali sotto il braccio, corrono a chi arrivi primo per distribuire un giornale uscito , allora allora , dal torchio. Tutti si fanno di lato, passano urlando, poi si sparpagliano e si perdono di vista ; un gran rumore e poi null'altro : la vita giornalistica.

    Notate le signore, le modistine fermate innanzi alle ve- trine, cause di lusso e di corruzione, de' capitomboli di molte famiglie, e de' capi- tomboli di molte fanciulle, di fallimenti grandi e piccoli e dell'impinguarsi di certi registri della pubblica sicurezza; notate i forestieri con gli occhi, continuamente, in giro, inglesi e tedesche, tutte d'un pezzo, che camminano con l'aria di un grana- tiere, e portando poggiata sul petto la guida, legata in marocchino rosso , con la medesima compunzione di una devota, che porti la domenica il suo libro della messa, o l'uffizio del sacro cuore ; notate i cocchieri, che chiamano i forestieri.

    Non c'è chi meglio di un cocchiere conosca un forestiere. Il cocchiere lo fiuta , lo sbircia di lontano, lo chiama, e gli sorride : il carnefice sorride alla vittima. Quel caffè è il caffè degli spadaccini, e nel gruppo gli spadaccini sono in maggioranza; quell'altro più L' acquaiuola. Volete un nome per que' che talvolta si fermano davanti un caffè per rispar- miare la spesa di una tazza di caffè?

    Io propongo di chia- mare, in Napoli, quelli che si fermano a far la sentinella innanzi ai caffè, i Vigili. E codesti vigili sono più numerosi durante le storiche passeggiate della 'setti- mana santa, conosciute col nome storico di struscio.

    Il transito delle vetture è severamente proibito, e l'ordinanza municipale non è emanata apposta per essere violata, perchè ci mettono un ditino le signore.

    Tutte le napoletane, che vivono, sentono il dovere di farsi vedere, lungo via Toledo, nelle ore pomeridiane di quei giorni santi, per spazzare la via, coi lunghi strascichi delle loro vesti di seta nera, di rito. Le fanciulle strusciano infaticabili per trovare l'anima gemella e, quasi tutte, a notte tarda, se ne ritor- nano a casa, con le mani vuote, e lo stomaco coperto da uno strato denso di polvere.

    È inutile dirvi chi sia, se verrete a Napoli, incontrandolo, ve lo dirà lui. Intorno, sempre, un fra- stuono immenso di echi lontani.

    E allo strascico delle vesti, al molle andare delle signore, allo stridere delle ruote, al galoppo cadenzato de' cavalli, in mezzo a quel-, l'aria in cui vi par di sentire mille desiderii confusi, mille sospiri, gemiti e ca- chinni, esclamazioni di egoismo soddisfatto ed imprecazioni invidiose, tutta la com- media della vita ; in mezzo a quella tanta varietà mobilissima di cose, che par di vedere a traverso un pulviscolo dorato, voi volete vivere.

    Se siete di malumore, correte a Toledo per dimenticare. Ecco perchè Toledo è tanto amata dai Napo- letani e forestieri : essa insegna l'obbliare, che è dolce medicina della vita. Ed egli: — Mi annoio. Spesso, quando ci si fa la medesima domanda, rispondiamo : Mi annoio. Eppure, novantanove su cento, chi risponde sbuffando, stiracchiandosi, sbadigliando di an- noiarsi, non ha visto nulla del suo paese. Si sogna un viaggio a Parigi o a Lon- dra, ignari della vita nostra.

    E chi a fare un viaggio non avrebbe che a muoversi, che a fare quattro passi, che pigliarsi una guida in mano e attaccarsi appresso un amico per girare insieme, se ne sta svogliato, pigro e brontolone in una cal- daia di un caffè, dove il minor male che si fa è il dir male della gente. Io raccomando a tutti i Napoletani di mettersi in viaggio per Napoli. Si parla tanto de' Quartieri Bassi, ma molti di coloro che ne parlano, non li hanno veduti ; e per alcuni il nominare i Lanzieri, la Selleria, gli Orefici è come si parlasse della Tartaria e del Congo.

    Via Orefici. Sono centinaia di viottole oscure , a sghembo , insalubri , senza luce ne aria , un anna- sparsi di fondaci, di chiassuoli, di traverse. Le case sono per lo più a cinque o sei piani ; ma senza simmetria , uè stile : un balcone più basso, un altro più alto, due finestre vicine vicine , altre due lontane lontane , un finestrino presso un balcone, due inferriate , un terrazzino, e poi su , a destra , un muro che si leva per un centinaio di metri.

    Spesso a percorrere una ventina di quelle stradicciuole , che si girano, s'imbrogliano, che, in al- cuni punti , si stringono tanto, come se vi volessero soffocare nelle loro spire, non si vede un portone carrozzabile a pagarlo un occhio ; ma portoncini , por- telle, scalette strette, erte, sfos- sate, androni in cui c'è da ac- cendere il lume a mezzogiorno, umidi, sporchi, nei quali, non di raro , si vedono quattro o cin- que povere popolane con la fac- cia olivastra e gli occhi stralu- nati , co' panni laceri e neri , sedute su'basoli bagnati, sul ter- riccio infossato e acquoso, a im- pagliar sedie o ad intrecciar ce- stini di giunchi.

    Di tanto in tan- to, a diritta od a manca, un vi- La carrettella. Raramente passa una carrozzella, più spesso si vedono delle earwffelfc con merci, innanzi un facchino che tira con le corregge su per le spalle Più in là una gradinata, una rampa che svolta subito e si cela tra 1' ammasso delle case ; un chiassuolo lurido, come coperto dalle alte mura delle case intorno ; sull' uscio dei bassi le comari a farsi la testa, a far le calze, a far la pulizia ai bimbi in camicia e col viso schizzato di gocce di fango, saltato su dal suolo sotto i colpi dei loro piedini irrequieti.

    E giù, in fondo, nel buio, una cantina, che mostra sull' uscio un bancone col suo trofeo di bicchieri e di piretti. Spingete colà dentro un po' lo sguardo e troverete un quadro geniale, che rias- sume, talvolta, tutte le varietà del tipo napoletano, e in cui il sentimento schietto va a braccetto con la più rumorosa spensieratezza. Sul fondo scuro delle pareti, in quella grotta, nascosta, tra quell'aria densa, umida, da gran tempo divorziata dal sole, il buon popolo napoletano vive ed ama, quando non vi si ammazza.

    In un cantuccio c' è una mamma , che dà il petto al suo bambino e pensa, mentre il suo uomo dorme ubbriaco, con le braccia penzoloni, gettate al di sopra della spalliera di un vecchio seggiolone, e un bel giovinotto suona la chitarra e dolcemente canta, inclinandosi verso la bella testa amorosa di lei. Più in là un lazzarone, assorto nella contemplazione dei suoi maccheroni, ha tutta l'anima nella bocca spalancata ; due guaglioni, seduti per terra, dimenticata la sporta con la ma- gra merce in un angolo, giuocano e mangiucchiano ; altrove una giovinetta va ras- settando le vecchie stoviglie, o ascolta, mestamente, la canzon d'amore, pensando al suo nennillo infame, che l'ha lasciata.

    Qui vicino alla cantina, attraverso il vano di un cavalcavia, vedete la fucina di un fabbro-ferraio, con quattro uomini anneriti, seminudi, coi capelli irti e la fronte gocciolante, che battono, furiosamente, sull'incudine, che manda puzzo e scin- tille su pannilini messi ad asciugare sopra lunghe pertiche appoggiate tra una finestra e l'altra delle case crollanti. Ritornate sulla via, di qua e di là pozzette d'acqua nerastra, giallastra; a di- ritta e a manca, cameroni colmi di matasse turchine, rosse, gialle; tinozzi, sec- chie, pieni d'acqua colorata o nerastra ; altre matasse dentro, per terra, e altre in ceste belle e pronte per lo smercio.

    In quel vivaio di viuzze e di chiassuoli , specialmente presso piazza Pendino, vi sono maggiori vestigia delle antiche congrega- zioni delle arti e de' me- stieri ; ancora si vedo- no riuniti tutti quelli di un' arte in una via, e le vie conservano i loro nomi antichi , come, per esempio , de' Bottonari , de' Gaiolari , de' Chioda- roli , de' Tornieri , dei Taffiettanari.

    A proposito , le vie degli orefici sono le più strette, le più oscure, le più soffocate; ci sono certe scorciatoie nelle quali i banconi, cacciati un po' fuori, in mostra , Piazzetta degli Orefici.

    La fontana del Pendino. In questa piazza si vede la fontana del Pendino che vi fece elevare un viceré spagnuolo pag. Que' sensali si cono- scono tutti e si guardano 1' un 1' altro, come i padroni, e sono la vera polizia di questi quartieri.

    Strette, buie, intransitabili sono la Giudecchella, i Taffettanari, i Bottonari e via via. Eppure quanto movimento, quanta vita in quelle viuzze alla Giudecchella, in tutto il Pendino, in tutti que' quartieri! Non c'è una bottega vuota ; i buchi più oscuri, più umidi, più insalubri, sono aperti, e c'è un capo bottega, il principale, con la sua nidiata di bambini intorno e sua moglie, la quale, spesso, è una donna tonda, grassa e floscia, senza colore e senza sapore, che Giusti chiamerebbe donna Veneranda, nel suo Amor pacifico, e che noi qui chiamiamo la vasciaiola.

    I capi- negozio, i giovani di bottega, per lo più, sono seduti sull' uscio e chiamano i vian- danti , sbirciano gli avventori , contadine , borghigiani , villici e montanari degli Abruzzi, e se li contendono a tira tira. Un popolo vario, fitto, tumultuoso attraversa quelle viuzze, si urta, si pigia, brontola, bestemmia , gesticola , ci fa la spesa e va via. Raramente passa una carrozzella , più spesso si vedono delle carrettelle con merci , innanzi un fac- chino che tira con le corregge su per le spalle, e dietro un altro che spinge, grida e guarda la roba.

    In questa piazza si vede la bella fontana del Pendino, che vi fece elevare un viceré spaglinolo. La gran via di Porto che sbocca sul Molo, la famosa piazza del Mer- cato , e V immensa spianata fuori Porta Capuana sono gli sfogatoi della vita compressa in quelle viuzze; sono le valvole di sicurezza di quella gran caldaia bollente, che si chiama: Quartieri Bassi di Napoli.

    Correndo per questi quartieri , qua e là, dopo d'aver girato un' ora, due ore, senza direzione, all'impazzata, spinto solo dalla curiosità da un vicolo in un fon- daco, a cacciarvi in ogni chiassuolo, in ogni viuzza segreta, sentite il bisogno di uscire in un largo, di pigliare una via spaziosa a linea retta, per camminare un po' più libero, per sentirvi sul viso un po' d'aria, per guardare un pezzo di cielo che sia più largo d'un metro, e vi mettete a cercare una delle arterie che segano que' quartieri, intorno alle quali si allacciano e convergono tutte quelle avviluppate viuzze.

    Per questi quartieri , anche senza direzione , si pensa e si studia , senza farlo apposta, e vi frulla pel capo un po' di economia, un po' di storia, un po' di poesia, un po' d'arte. Ad un lembo , Castelcapuano, la reggia normanna e sveva ; dall' altro , si affacciano sul mare le torri di Castelnuovo , splendida dimora de- gli Angioini e degli Aragonesi , con la storica sala nella quale papa Celestino fece per viltade il gran rifiuto, e Ferrante I d'Aragona fece ai baroni il grande inganno ; fra il vivaio delle case, l'Archivio di tutto il napoletano, il Monte della Misericordia, il palazzo della Zecca.

    Ora è il bruno e bugnato palazzo di Lucre- zia d' Alagno , la gran favorita di Alfonso d'Aragona , che vi fa tanto sognare ; ora uno spigolo rosso dell' Annunziata, che si vede , di lontano, a mezzo il vano di un fondaco ; tal' altra, la torre dell' Università, che appare giù dalla rampa del Salvatore al Pendino ; tal' altra , la maestosa facciata del Monte de' pegni, che vi getta tanta malinconia nell'anima.

    Questi quartieri hanno scritta sulle loro mura tanta parte della storia napo- letana. Ma io non esito un momento a dire che bisogna spazzarli via per costruirvi.

    Pdf Italiano Nove giorni a Betlemme. Novena di Natale per ragazzi

    Il palazzo Cuomo o di Lucrezia d' Alagno. Ora è il bruno e bugnato palalo di Lucrezia d'Alagno, la gran favorita di A,fonso d'Aragona, che vi fa tanto sognare pag. Delenda Carthago! Napoli non sarà civile davvero, non sarà educata e grande con questi sporchi quartieri, che annidano nel loro sudiciume , nelle loro spire, nell'aria rarefatta dei fondaci, i germi del delitto, la peste sociale, l'ignoranza e la camorra. L' abbici , — è una gran cosa , — ma innanzi tutto la nettezza , V aria , la luce ; il cielo , veduto ogni momento a grandi orizzonti , allarga i polmoni, solleva lo spirito, sveglia il pensiero, dirozza e mette un po' di poesia nel cuore.

    Dove c'è tenebra, sozzura, dove si soffoca e non si vede un po' di cielo, dove si sta a quattro, a cinque, uomini e donne, padre e figliuoli, nel medesimo stambugio, a poco a poco non ci sarà morale, ne sentimento del proprio dovere.

    Se ci sarà un po' più d' abbici , tanto peggio ; l' istruzione mediocre , elementare, senza 1' educazione, distrugge ogni cosa, mettendo un certo vulcano nella mente del popolo ; ci vuole anche l'educazione, di cui il primo elemento è la pulizia, il rispetto della propria persona.

    Bisogna demolire que' quartieri e insegnare un po' al popo- lino a tenere la spugna in mano, e darsi una buona fregatina, di tanto in tanto, su tutta la persona ; a far uscire i bimbi con la faccia pulita, con le mani pulite, co' piedi puliti, perchè ora escono con un palmo di terra addosso, come se fossero cascati in un pantano: appena si veggono gli occhi, appannati, come a disagio, tra que' solchi neri, che insozzano la fronte ed i pomelli ; essi , gli occhi, idioma dell' anima, par che dicano : A poco a poco, in mezzo a questa lordura , 1' animo sarà spento.

    E una vergogna lasciare in piedi questi luridi quartieri; è una vergogna far soffrire un popolo tanto laborioso in que' chiassuoli tanto opprimenti ; è una ver- gogna farlo nascere malaticcio, tisico, rachitico, scrofoloso e condannato ad una vita di stenti e di dolori o ad una morte precoce e terribile.

    Si elevano monu- menti, si fanno casse armoniche, si costruiscono marcia-cavalli , si guadagna sul mare, si storpia ogni cosa , qui , in Napoli , per desiderio di abbellire , e non si pensa alla totale bonifica de' quartieri bassi.

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    Con que' rattoppi a spizzico, con un allargamento qua, un rettifilo là, non si arriva, è come gettare una goccia d'acqua nelle fauci di chi sta per morire di sete. Bisogna far presto e su larga scala. Ora c'è la bonifica per la via del Duomo, è troppo poca cosa! Si è incominciato dal E quando io attraverso questi nostri quartieri, toccando con mano tanta miseria e insieme tanta fede , tanto sacrificio, tanta fatica , mi sento più forte , riconosco che noi altri galantuomini abbiamo torto ; clic noi altri che ci pretendiamo uomini di lettere e di scienze , siamo meno forti, meno virtuosi di tutta quella gente , che senza avere i nostri agi, il nostro danaro, le nostre speranze , il nostro avvenire , lavora e soffre senza im- precazioni , col sorriso sulle labbra.

    Andiamoci in questi quartieri di tanto in tanto , ci farà bene , sentiremo più spesso il bisogno di rinunziare alla soddisfa- zione di un capriccio per lenire una sventura. A vederla di mattino, pare che ci sia accampato un reggi- mento ; due file continue di tende a diritta, due a sinistra; le tende delle botteghe e le tende de' venditori delle famose bancherelle.

    Le bancherelle non sono che ta- vole mobili, poggiate sopra piccole scranne di ferro o di legno. Su i bal- coni, sono distese persiane di giunchi di varii colori , turchine , gialle , verdine, turchine e rosse, le quali, penzoloni su quasi tutti i balconi, alle finestre, ad ogni vano, tra pannilini, che, qui e Jà, sono stirati su i ferri, e innumerevoli alberelli, fra poponi e mazzi di pomodori appesi di lato e in corona a' balconi , fanno pa- rere quelle file di alte case, a destra ed a manca, come le pareti di un vasto e colossale magazzino di rivendugliolo.

    Nelle prime ore della sera lo spettacolo è più originale , più vario , più fan- tastico : tre file di lumi, quei delle cantonate, delle botteghe, e delle bancherelle. Quest' illuminazione di tutte le forme e dimensioni si prolunga per un seicento passi in mezzo alla più originale e piacevole varietà che si possa immaginare. In un punto, banche variopinte, rosse, verdi, cilestri , cari- che di cocomeri, che a Napoli tutti chiamano melloni: melloni sulle banche, melloni sotto le banche, innanzi, di lato; melloni spaccati e schierati sopra sca- lette a destra del mellonaio ; melloni infine dipinti sulle quat- tro facce della tavola; da un lembo all' altro del tavolo su cui si vendono , un arco di ferro infiorato, infrascato, s'in- curva sul capo del mellonaio , che nel suo costume , — una camicia turchina , sparata sul petto , le maniche rimboccate sui gomiti, cinturino di cuoio, calzoni corti, — grida, strepita, spacca melloni e poi li acca- rezza con un coltellaccio , con una certa eleganza di mosse e di taglio.

    Innanzi alla banca due o tre serve coi piattelli in mano ; un cuoco col berretto bianco , il grembiule e un to- vagliolo arrotolato sotto un braccio ; due marinai , tre o quattro soldati, un maestro di scuola, un cerchiello di monelli ; una donna con un bambino sul seno.

    I soldati ammiccano le serve ; il maestro di scuola so- spira ; il cuoco pare un gene- rale d' armata ; i monelli gri- dano, schiamazzano , dànno la baia a tutti e il bambino leva le manine , fa festa , indica le frasche, le fette schie- rate sul tavolo, il coltellaccio , i soldati , il cuoco , e non trova pace che quando gli capita di infossare i suoi dentini nel rosso di una fetta di mellone.

    Sull'uscio vi è an- che la parata del lumacaio — u marruzzaro — tre piccole mar- mitte di rame lucidissime , sta- gnate dentro da parere d' ar- gento, infiorate , in mezzo una gran mestola , sopra i manichi ed intorno alle marmitte le fa- mose preselle di Portici. Il mar- ruzzaro è un tipo di Napoli.

    A sera si leva in capo la sua sporta e va in giro tutta la notte, raramente va in giro di giorno ; non va mai solo , è sempre ac- compagnato da un garzone che lo aiuta a scaricare e caricarsi in testa la sua mercanzia, ha una cadenza di voce tutta sua, ha le sue lanterne tradizionali in cima della sporta, tutti lo chiamano, si ferma a tutte le osterie , a tutte le bottiglierie, a tutte le pizzerie, canta la sua canzone , e vende la sua merce.

    Quando non c' erano vie , e non c'era la posta, e i fatti più straordinari , spesso , morivano a dieci miglia di distanza , il giullare, col suo berretto a so nagli , aveva il passe-partout e faceva l'ufficio di corriere, sapeva le notizie più piccanti, raccolte, qua e là, nei cortili e nei salotti baronali , portava il frizzo o la parola dolce d'amore da un castello all'altro, e faceva sorridere la bionda castellana o la lasciava più triste e più sola.

    Spesso, nel silenzio della notte, nella vasta campagna solitaria , si udiva, lenta lenta, la canzone del giullare, ed ora, a tarda notte, spesso, nelle vie più re- mote della città, quando tutto è silenzio , si ode, lontano, la voce stentorea e ca- denzata : U marruzzaro!

    Due passi, e c'è una barricata di cestini , di canestri, messi a scaglio- ni, pieni di pere, di uva, di pesche, di susine, di albi- cocche, disposte in tanti piattelli , e l'una siili' al- tra , come si fa con le nocelle quando i fanciulli giuocano a castelline. Qualche volta si vede qui presso, a fianco della corpulenta e sucida frut- tivendola, una fina e pal- lida e bella fanciulla , una servetta che è co- stretta a litigare sul peso e sul prezzo per paura della padrona, e si busca spintoni e male parole dalla venditrice irritata, mentre la poveretta pensa , forse, alla mamma lontana, all'innamorato lontano, in un cantuccio di monte , e prega la Madonna , dipinta sull'altare della chiesuola del suo villaggio, di salvarla dagli occhi procaci, tanto pieni di vita e di promesse, del bel signorino, che l'assedia ogni giorno, dicendole ogni giorno le più care, le più soavi parole d'amore.

    Vedete una carrettella di fichi d ; India : molti piattelli, di cui ognuno contiene Fruttaiuolo.

    Osteria e Marruzzaro. Dbl Balzo. Il vendi- tore è nel suo costume : una coppola nera con visiera , una camicia di percallo specie di tela bambagina colorata, sparata sul petto, le maniche rimboccate, pan- taloni turchini, scarpe di brunello bianco con punta di pelle lustra.

    Una popolana in piedi gitta, di tanto in tanto, una spruz- zata d' acqua sii i mmummeri per tenerli freschi. Questa popolana, robusta e solida, bruna e fresca , ferrata e solfurea , come l'acqua che vende , fa assai spesso uno strano contrasto con qualche vecchio e linfatico pensionato, che si ferma a bere il bicchiere, per strappare ancora per qualche anno lo storno allo Stato, o con qual- che rachitica e sbilenca fanciulla borghese, che la mamma conduce per mano a farle ingollare, per ordine del medico , un bicchierone di ferrata che la povera ragazza beve a malincuore, quasi presentendo che è tutto inutile, e che il muro è fradicio dalla base.

    Qua e là banche di panettieri , ciambelle, biscotti, gallette, pani, conficcati su chiodi , guardate da una donna grassa e tonda come una palla , con le bilance da un lato e i pesi da un altro. E poi montagne di verdura, lattughe, rafani, pomo- dori, scarole ; e poi bancherelle da pizzicagnolo, gran pezze di formaggio, salami, botticelle di salacche.

    Ma codesta bottega del pizzicagnolo bisogna vederla nella settimana santa che è il tempo di gala per i mercanti di galantina e di morta- della, come nelle feste di Natale incombe ai fruttivendoli di farsi belli.

    Le pareti della pizzicheria allora invadono la strada e i caciocavalli, i prosciutti e le salsicce si mostrano straccarichi di nastri e di fiori, fiori a mano e fiori a ghirlanda, facendo la concorrenza a non pochi cavalieri ed a non pochi poeti laureati che sono di loro meno saporosi.

    La pizzeria fabbrica di schiacciate , che è la bottega napoletana per eccellenza, non manca, e la vedete illuminata, fragrante, calda. Sull' uscio di essa è posto uno scaffale ripieno di piccole cestine, messe come libri; una piena di uova, l'uno ac- canto all'altro con le punte fuori ; un'altra con pomodori rossi rossi, salsicce , spie- dini e latticinii.

    Eli sull'uscio il pizzaiuolo affaccendato, con un gran grembiule, a tirare, ad apparecchiare, a battere la pasta, a mescere l'olio in giro, a semi- narvi il sensetto d'aglio ; giù , in fondo , un gran forno crepitante e un garzone robusto, seminudo, arrossato, gocciolante che vi caccia e vi ricaccia una pala , e altri garzoni a pigliarsi le pizze sfornate, a metterle nei bacili, a distribuirle.

    Quei lumi, quelle battute accelerate del pizzaiuolo , il rumore della pala, si no- tano venti passi lontano.

    (PDF) La canzone napoletana e il disco a 78 giri | Anita Pesce –

    Di fianco alla pizzeria un acquai uolo: un bancone alto, tutto dipinto , quattro colonne di ottone attorcigliate ai quattro angoli , ai lati ; tra una colonna e l'altra, mobili, due cilindri di legno, — i tromboni — pieni di acqua gelata; un padi- glione di ottone in alto, fiori intorno, garselle, un trofeo di limoni, e dietro, su quattro o cinque scalini di legno , una donnina, sveltissima , con due ocelli di fuoco del Vesuvio , o un omaccione robusto , con baffoni neri che ci sta come in cattedra e agita i tromboni e versa acqua nei bic- chieri, versa sciroppi, e agita col cucchia- rino con una cert'aria come a dire : Que- sta è l'arte mia!

    Ecco, più in là, un pa- staiuolo : dinanzi 1' uscio , sulla via , un trenta o quaranta grandi coppe di paste e maccheroni, ritte su tavolette a guisa dei covoni di grano , e per tutto figure grottesche e i numeri a lettere cubitali de' prezzi correnti.

    E li, in mezzo alla lunga e larga via, un popolo fitto e vario, allegro , spendi- tore, chiassoso ; frotte di marinai, operai, commessi di negozio, scrivani che ci ven- gono a far la spesa per la cena, coppie di guardie doganali, monelli seminudi, fac- chini tozzuti, e certe donne Esse sono il tipo più caratteristico di piazza Porto, tanto che il nostro popolo , quando vuol fare il complimento ad una donna, le dice : To', mi sembri una La gente si affolla intorno alle banche , entra ed esce continuamente dalle botteghe.

    Ciascuno ha il suo centro ; i giova- notti innamorati , di primo pelo , conducono l'innamorata a mangiare un piattello di fichi d'India ; i giovinastri, col bastone nodoso, il cappello in su e le dita inanel- late , entrano nelle pizzerie ; gli operai si affollano ai fornelli, alle caldaie, e man- Il pizzicagnolo di Pasqua.

    Le pareti della pizzicheria allora invadono la strada. Ogni mattino, ogni sera è una festa, è una fiera; anzi è una continua fiera tutto il giorno e pare che non ci sia da fare altro a questo mondo che mangiare, e che tutta quella gente non pensi ad altro.

    Per tutta quella lunga via, seicento e più metri, tutti salumai, frut- tivendoli , panettieri , ostie- ri, pastaiuoli, pescivendoli, acquaiuoli, pizzicagnoli!

    Il barbiere ne' quartieri popolari fa anche il salassatore ; e su all' insegna si vede dipinto un bacile e un braccio da cui zampilla sangue , nonché spesso anche la testa di un turco barbuto e col tur- bante. Quando la sera tutti si ritirano e si sfollano le banche, la via di Porto, con Il Manuzzaro. Quando tutto è silenzio, si ode, lontano, la voce stentorea e cadenzata: O marrunaro pag.

    A queir ora si va un po' nella bottega del barbiere e salassatore a fare quattro chiacchiere, a sapere i fatti degli altri, a saper fare un po' di critica, tanto per non ingrossare troppo la lingua. È la scena più caratteristica di Napoli antica, tradizionale, popolarissima. Il cantastorie , a poco a poco , si è fatto una sola persona con Rinaldo , che è un personaggio vivissimo nella vita napoletana , e lo udite no- minare assai spesso.

    Se un popolano vi vuol dire che un tale sia amante del- l'antico, vi dice : È appassionato di Rinaldo. E quando vede uno che predica o parla bene, vi dice che sembra Rinaldo sul Molo. Il teatro di Rinaldo, ossia del cantastorie, è il Molo. Nessun grande attore, comico o tragico, ha mai recitato su più bello e più vasto teatro.

    Il Molo di Napoli fa spettacolo da ogni parte ; c' è tutto un poema intorno di colori, di figure, di sfondo ; una scena immobile che si muta, per incanto, ad ogni passo ; splendida e vaporosa se 1' orizzonte è limpido, e più poetica e più solenne se è una giornata coperta d'inverno, di quelle che vi fanno tanto pensare, e in cui diventate brontolone senza farlo apposta. La via del Molo è una comoda e larga via, che si sprolunga sul mare, avendo il porto militare a destra e il mercantile a mancina , e in fondo la rossa torre della Lanterna.

    Quando vi andate, la prima cosa che vi colpisce, è il porto mili- tare. Più in là, un muro dentellato , quasi in rovina , e una garitta sopra un ciglione ; giù, in basso, a cavaliere di un parapetto, che cade a picco sull'acqua, una casamatta dipinta in rosso, e, tra la casamatta e la muraglia, casipole, sospese in aria, montagnole di carbon fossile e mura af- fumicate della Darsena.

    Dirimpetto, in giro, i magaz- zini dell'Arsenale, il bacino di carenaggio, qualche gran vascello abboccato , clic vi suscita nell'animo un non so che di terrore e vi fa guardare la terra, su cui pog- giate i piedi, con compiacenza. E tutta questa scena è sparsa di gabbiani, alcuni bianchi, altri cinerini, che si posano sulle antenne, che sfilano a mezzo le sarte, che si levano in alto in alto, quasi a farsi perdere di vista, e poi scendono, scen- dono, e svolazzano a fior d'acqua, e ora a livello de' parapetti de' ponti , ora di gomena in gomena; uccelli lugubri che, con quel loro starnazzamento d'ali, lento lento, par che suonino a mortorio.

    Di là dal bacino la nuova spiaggia del porto, e dietro tutto questo uno sfondo lontano, un abbozzo, un lembo della costiera di Amalfi. Dall'altra parte, a sinistra di chi scende verso la Lanterna, il porto mer- cantile, una selva di alberi, di antenne, di sarte , di gabbie , di vele , una selva fitta che vi nasconde ogni cosa ; e un suolo eli barche, e una fuga vertiginosa di carrozze attraverso i ferri del parapetto della via del Piliero. In un altro punto spic- cano il cono rosso della Lanterna, e certe muraglie nere, sature di carbone ; e metten- dovi con le spalle alla Lanterna, la larga via del Molo, a perdita di vista, che vi pare l'onda di un gran fiume ; in alto un gran piedestallo verde, sul quale le mura bianche e merlate di Sant'Elmo.

    E vi pare che un Luca Giordano, come per farvi perdere la testa, vi metta, in quel quadro, ogni tanto, lesto lesto, quattro pennellate nuove. Questa è la scena, vediamo gli attori. Il cantastorie declama all'ombra della Lanterna, in mezzo ad un quadrato di panche, che si curvano sotto il peso di molti popolani, che vi sono seduti, stretti stretti.

    Dirimpetto a lui, in mezzo al quadrato, un giovinastro sudicio, co' capelli ingras- sati, che non stillano certo nardo di Soria, con gli occhi loschi, accoccolato in terra, batte delle pine, e poi si curva a cavare i pinocchi dalle cellette.

    Ha una faccia lasciva costui, che ha della scimmia e dell' uomo , burlesca , con una boc- caccia, che anche quando non parla, par che brontoli sempre. Di lato a lui una cestina d' arance , e in piedi un acquafrescaio col suo trombone , cilindro di le- gno ripieno d' acqua , a tracolla , e il portabicchieri nella manca.